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domenica, 27 luglio 2008

Perché bisogna opporsi all'Unione Europea (VIII)

Conclusioni: l’Europa siamo noi.

 

E’ possibile sviluppare il progetto politico di riforma delineato nel paragrafo precedente? In che modo il nostro continente può uscire dal tunnel in cui si è infilato e trovare un modello diverso da quello neoliberista attuale?

E’ difficile dirlo, per il momento i rapporti di forza sono sfavorevolissimi. La costruzione europea gode di una forte base sociale, dell’appoggio compatto di tutte le classi dirigenti (sia pure con qualche distinguo) e della forza di fuoco dei media europei. Sul medio periodo le prospettive sono più favorevoli perché la permanenza delle Nazioni costituisce un elemento di partenza imprescindibile per qualsiasi lotta di liberazione e lo scontento monta. In tutto il continente, c’è un malcontento diffuso contro le liberalizzazioni, le delocalizzazioni e il pessimo andamento del potere di acquisto. Nella stessa Germania, che dalla riunificazione ad oggi ha perso una quarto dei suoi addetti nell’industria e in cui i governi aumentano l’Iva per ridurre la tassazione sulle imprese, lo scontento popolare è palpabile. Probabilmente pure in questo paese il Trattato di Lisbona sarebbe stato bocciato se sottoposto ad un referendum.

Il malcontento non diventa automaticamente un movimento politico di liberazione, ma può scaricarsi in ondate xenofobe contro gli immigrati o in movimenti di tipo populistico. E’ necessario che in ogni paese sorga un movimento nazionalitario e di liberazione che per il momento non esiste o è troppo piccolo.

Se ci sarà o meno dipende da noi e da quel che faremo nei prossimi anni. Perché non bisogna mai dimenticare che l’Europa non è né la Banca Centrale Europea, né la Commissione e neanche il Consiglio. L’Europa siamo noi, popoli europei e a noi soltanto spetta di decidere se lasciarci trasportare dalla corrente della storia o ergerci a arbitri del nostro destino.

sabato, 26 luglio 2008

Perché bisogna opporsi all'Unione Europea (VII)

Nel 2005 e nel 2008 ci è andata bene, ora che facciamo?

 

La Costituzione europea e il Trattato di Lisbona non sono entrati in vigore grazie al voto popolare francese, olandese ed irlandese. Un voto che non era assolutamente scontato, soprattutto se si considera il fuoco di sbarramento dei media e della classe politica a favore del Sì.

Purtroppo i referendum del 2005 e del 2008 hanno solo rallentato la costruzione europea, non hanno né invertito la tendenza e neanche delineato un progetto alternativo. Dire No, non basta ci vuole anche la capacità di sviluppare un progetto politico e di tradurlo in proposte concrete.

La debolezza della maggior parte delle critiche agli equilibri di Maastricht risiede proprio nella mancanza di una prospettiva alternativa. Si avanzano obiezioni, anche appropriate, alle singole politiche dell’Unione Europea, ma non si contesta la costruzione europea in sé. Piuttosto si contrappone al dominio degli “euroburocrati” un governo federale dei popoli finendo per propugnare la costruzione europea sia pure con qualche aggiustamento.

Per opporsi all’Unione è necessario ripartire dalla cultura, dalla politica e dalle tradizioni civili del nostro continente. Bisogna prendere atto della permanenza delle nazioni moderne anche dopo 50 anni di costruzione europea.

La Nazione va rivalutata come forma di organizzazione politica tipica della modernità. Essa integra popolazioni differenti per etnia, religione, colore della pelle ed ideologia in una comunità di cittadini, detta popolo sovrano, che è unita da un vincolo politico, da valori universali e da un progetto comune. Sovrapponendo un legame politico ai precedenti legami religiosi, etnici, ecc., la Nazione non impone assimilazioni forzate, ma ingloba le precedenti identità al suo interno. Si può essere di etnia sarda, albanese, occitana, araba, ma far parte del popolo italiano esattamente come si può essere cattolici, protestanti, ebrei o atei ed essere italiani.

La Nazione è la fonte ultima su cui si fonda la legittimità dell’azione dello stato che la rappresenta con la sua azione sia all’interno, che all’esterno. E’ solo in seno al popolo, ovvero alla comunità dei cittadini, che si sviluppano i conflitti tra i differenti gruppi sociali. La Nazione moderna è per eccellenza il luogo della democrazia in cui si è sempre combattuta la lotta di classe e nel cui seno sono state ottenute e difese le conquiste sociali.

L’Unione Europea non costituisce in alcun modo una Nazione e su questo fallimento gli europeisti dovrebbero riflettere più approfonditamente. Un paragone con l’India, paese di dimensioni continentali e diversissimo per lingue e tradizioni dovrebbe far riflettere. Esiste una Nazione indiana nata dal grande rivolgimento storico della lotta di liberazione contro gli inglesi, cementata da valori democratici-emancipatori e unita dal comune progetto della modernizzazione del paese. L’Unione Europea, invece, è nata da accordi verticistici su questioni particolari (la costruzione della CECA), è unita dal valore non emancipatorio del predominio dell’economia sulla politica e dall’obiettivo della creazione un grande mercato unito.

La costruzione europea non è un progetto universalistico con come fini la pace e la concordia tra i popoli, ma il suo esatto opposto.

L’indebolimento relativo delle identità nazionali causato dalla costruzione europea assieme alla disgregazione sociale provocata dalle politiche neoliberiste ha scoperchiato il vaso di Pandora dei conflitti etnici e religiosi e dei localismi. Valloni contro fiamminghi, cristiani contro musulmani, settentrionali contro meridionali. I popoli a cui si vuole togliere l’identità nazionale ripiegano nelle identità etniche, religiose o localistiche che non sono universalistiche e umanistiche come l’identità nazionale.

Da tutto questo non può nascere un nuovo popolo europeo, cioè una comunità di cittadini artefici del proprio destino, ma solo una plebe di individui atomizzati che lottano gli uni contro gli altri. Non è nata e non nascerà mai un Nazione europea. E’ ora di dire chiaramente che l’idea di costruire una federazione è sbagliata in sé in quanto poggia su un popolo che non esiste. Uno stato federale europeo non potrà che essere un mostro antidemocratico e antipopolare e la storia di questi ultimi decenni lo dimostra in modo inequivocabile.

Fortunatamente anche se indebolite, le identità nazionali mostrano una forte capacità di resistenza e spiegano, assieme al costo socio-economico dell’Unione Europea, i No nei referendum europei. E’ necessario ripartire da qui, adottando una prospettiva politica nazionalitaria che restituisca la sovranità nazionale ad ogni popolo.

Un movimento di opposizione antieuropeista non può che accompagnarsi con un progetto politico di rilancio delle singole nazioni e di riforma degli stati che le rappresentano.

Non abbiamo bisogno di un’unione federale, ma di un’Organizzazione di stati europei a più velocità che discuta insieme le materie di comune interesse. Tutti i poteri devono essere restituiti ai singoli stati nazionali. Non bisogna fare trasferimenti di sovranità a organismi sovranazionali, ma solo delegare alcune, ben precise, competenze in presenza di meccanismi di controllo democratico.

Per realizzare questo progetto i trattati devono vanno cambiati in senso confederale e le istituzioni radicalmente trasformate.

In particolare abbiamo bisogno di:

1) un diverso governo economico dell’eurozona che cambi lo statuto della BCE introducendo tra i suoi obiettivi la crescita e l'occupazione. La creazione di un eurogruppo (composto dai governi) con competenze precise in campo budgettario, di politica fiscale e di tassi di cambi; una conferenza dei capi di stato per pensare un piano di rilancio dell'economia europea basato sui grandi investimenti nelle infrastrutture, nella ricerca, nell'aerospaziale. E, infine, un equilibrio che sia meno schiacciato sugli interessi dell’industria esportatrice tedesca, ma tenga conto dei bisogni di tutti.

2) la creazione di un debito pubblico europeo garantito dai paesi membri per finanziare progetti di comune interesse (come Galileo) e un sistema di tassazione del commercio estero che fornisca i fondi per una politica di correzione degli squilibri economici tra i paesi (questi fondi vanno dati agli stati, non alle regioni come si fa adesso).

3) un’Organizzazione stati europei che difenda dagli sconquassi della globalizzazione, che metta in soffitta il culto del libero mercato, che protegga dal dumping dei paesi emergenti e non, favorisca la crescita delle industrie di punta, che crei una preferenza comunitaria nelle OPA e che ponga dei freni al moto vorticoso dei mercati finanziari.

4) un’Europa a più velocità. In un ordinamento confederale ogni paese ha diritto di veto e questo permette di bloccare provvedimenti ritenuti lesivi degli interessi nazionali. Per questo motivo è il caso di favorire la nascita di un'Europa a velocità variabili in cui gli stati decidano liberamente (e senza imporlo agli altri!!) di cooperare in modo rafforzato in domini come l'energia, la difesa, la ricerca, lo spazio, la sanità, le infrastrutture e le tecnologia di punta

5) orientare l’Organizzazione stati europei verso il Sud e il Medio Oriente per fare del Mediterraneo un mare che unisce e non una frontiera. Bisogna sviluppare le relazioni con l'Africa e il mondo arabo, rilanciare il processo euro-mediterraneo su nuove basi, creare progetti di cosviluppo nei domini dell'acqua, della sanità, cancellare i debiti, favorire la formazione dei quadri e dei tecnici, offrire il mercato europeo a condizioni di favore introducendo la clausola di nazione più favorita, creare la possibilità di un'immigrazione di lavoro legale, rilanciare il dialogo tra le culture.

6) fare dell’Europa un fattore di pace nel mondo stabilendo l’incompatibilità tra l’appartenenza all’Organizzazione stati europei e alla Nato. Ogni paese pensi autonomamente alla propria difesa, oppure, se vuole, collabori con gli altri, ma nel rispetto dell’autonomia di ciascuno. Bisogna creare un partenariato strategico con Russia e Cina, e avere una posizione autonoma nei confronti dei troppi conflitti mediorientali.

martedì, 22 luglio 2008

Perché bisogna opporsi all'Unione Europea (VI)

Perché la Costituzione europea e il Trattato di Lisbona sono da rigettare

 

Come si è visto con la creazione della Banca Centrale Europea il governo europeo è entrato pienamente in funzione ed ha conseguito gli obiettivi che si era proposto. Nonostante questo, dal 1999 ad oggi abbiamo assistito a numerosi tentativi di aggiustamento o riforma degli equilibri europei. Nel 1999, il Trattato di Nizza a cui segue, nel 2001, il Trattato di Amsterdam, ma già nello stesso 2001 i paesi dell’Unione decidono di creare una commissione, pomposamente chiamata Convenzione europea, con il compito di preparare un nuovo accordo. Nasce così, nel 2003, il Trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa e che poi sarà bocciato per via referendaria dai francesi e dagli olandesi nel 2005. Testo che poi, ribattezzato più modestamente Trattato di Lisbona, viene subito riproposto per essere di nuovo bocciato in un referendum, questa volta dagli irlandesi.

Tutto questo attivismo nasce dal tentativo di perfezionare il sistema e anche di superare in qualche modo le contraddizioni da esso create attraverso un nuovo equilibrio.

I trattati di Nizza ed Amsterdam sono fondamentalmente dei perfezionamenti, che aumentano i poteri degli organismi comunitari e riponderano i pesi dei singoli paesi in seno all’unione. Anche la principale novità, l’introduzione degli accordi di Schengen all’interno dei trattati europei, non modifica l’assetto generale.

La Costituzione europea e il Trattato di Lisbona, introducono invece delle trasformazioni rilevanti. Anche se i due testi non sono per il momento entrati in vigore, è fondamentale esaminarne gli aspetti caratterizzanti perché delineano l’idea di Europa su cui le classi dirigenti del continente convergono e che cercano di imporre a tutti.

Le principali novità che si voleva introdurre sono:

1) l’ampliamento del governo europeo con l’inserimento di un “ministero delle difesa” e di un “ministero degli esteri”;

2) la fine della parità tra Francia e Germania;

3) l’imposizione di un regime costituzionale che rompe nettamente con le tradizioni liberale e democratica che hanno caratterizzato gli ultimi due secoli di storia europea.

Il “ministero della difesa” che il Trattato di Lisbona voleva introdurre è la Nato e la stessa costruzione di una difesa comune europea viene concepita come subordinata a questa. L’articolo 42, sezione 2, capo2 dice testualmente che:

 

La politica dell’Unione a norma della presente sezione non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e difesa di taluni Stati membri, rispetta gli obblighi di alcuni Stati membri, i quali ritengono che la loro difesa comune di realizzi tramite l’Organizzazione del trattato del Nordatlantico (NATO) nell’ambito del trattato dell’Atlantico del Nord, ed è compatibile con la politica di sicurezza e difesa comune in tale contesto.

 

Dato che 21 dei 27 membri dell’Unione Europea, tra cui tutti i paesi più importanti, aderiscono alla Nato, non è difficile capire come l’esistenza di una difesa comune autonoma dagli Stati Uniti sia qualcosa di assolutamente impossibile.

Il “ministero della politica estera” viene creato non tanto con l’istituzione di un Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri, che di fatto esiste già, ma con l’articolo 32, sezione 2, capo1 del Trattato di Lisbona:

 

Gli Stati membri si consultano in sede di Consiglio europeo e di Consiglio in merito a qualsiasi questione di politica e di sicurezza generale per definire un approccio comune. Prima di intraprendere qualsiasi azione sulla scena internazionale o di assumere qualsiasi impegno che possa ledere gli interessi dell’Unione, ciascuno Stato membro consulta gli altri in sede di Consiglio europeo o di Consiglio. Gli Stati membri assicurano, mediante convergenza delle loro azioni, che l’Unione possa affermare i suoi interessi e i suoi valori sulla scena internazionale. Gli Stati membri sono solidali tra loro.

 

L’art. 32 impone un riallineamento della politica estera di ogni paese sulla linea della maggioranza, che è, come noto, filoamericana. Una situazione come quella del 2003 in cui Francia e Germania si opposero alla guerra in Iraq non sarebbe più possibile. La politica estera dell’Unione europea con il Trattato di Lisbona non potrà che essere filoamericana, perché qualsiasi posizione autonoma non farebbe altro che paralizzare l’istituzione. In compenso, nell’ambito di una prospettiva geopolitica di tipo euroatlantico, il Trattato di Lisbona può realmente aumentare la capacità degli europei si presentarsi come alleati di peso anche se subordinato degli Stati Uniti.

Il secondo elemento innovativo introdotto dal Trattato di Lisbona è la fine della parità tra Francia e Germania, che è stato fin dalle origini uno dei pilastri della costruzione europea. Un elemento fortemente voluto da Jean Monnet, che letteralmente lo impose, perché riteneva che senza una parità garantita giuridicamente prima o poi si sarebbero sviluppate delle rivalità tra i due lati del Reno tali da mettere in crisi la costruzione europea.

Il principio della parità era già stato incrinato con il Trattato di Nizza che attribuiva nel parlamento europeo, 99 seggi alla Germania e 78 alla Francia, ma dato il ridotto peso di questa istituzione, si era trattato di un provvedimento di scarso peso. Ebbene ora i paesi europei hanno trovato, dopo complicate trattative, un compromesso sull’introduzione di un nuovo sistema di voto in Consiglio europeo. In pratica si voleva passare per gradi dal voto per testa, in cui ogni paese vale un voto indipendentemente dalle dimensioni, a un sistema in cui si intende per maggioranza qualificata il voto di almeno 55% dei membri che rappresentano il 65% della popolazione. La Germania che è il paese più popoloso (82 milioni di abitanti contro i 64 della Francia) si sarebbe trovata anche ad essere quello di maggior peso, indispensabile per il raggiungimento della maggioranza in tutte le materie in cui è previsto il voto a maggioranza qualificata. Essendo il paese più popoloso, la Germania avrebbe dovuto aggiungere ai suoi solo i voti di paesi con 60 milioni di abitanti per raggiungere quel 35% che impedisce le delibere a maggioranza qualificata.

La principale novità del Trattato di Lisbona riguarda, però, il carattere del regime costituzione che puntava ad introdurre. Un assetto istituzionale unico al mondo che rompe decisamente sia con la tradizione liberale che con quella democratica. E’ un elemento su cui si è poco riflettuto, anche perché i sostenitori del Trattato hanno cercato in modo propagandistico di presentarsi come eredi degli ultimi secoli di tradizione europea, anche se ne sono gli affossatori.

Tutte le costituzioni europee scritte a partire dalla Rivoluzione francese sono il frutto di un compromesso tra la tradizione liberale e quella democratica.

La prima si caratterizza per:

1) la separazione dei poteri;

2) l’equilibrio dei poteri.

La tradizione democratica, invece, si caratterizza per:

1) il legame esistente tra popolo, sovranità popolare e Nazione;

2) il principio di semplicità e chiarezza;

Entrambe le tradizioni sono concordi nel fissare i principi di neutralità, modificabilità e responsabilità. Il testo che regola l’ordinamento di un regime politico deve limitarsi a fissare i principi fondamentali e disegnare le istituzioni, ma non deve assolutamente dire le politiche che devono venir fatte. Queste saranno il risultato di un dibattito pubblico. Inoltre, un testo fondamentale deve essere modificabile, sia pure con modalità speciali, per rendere possibile il suo adeguamento alle mutate condizioni. Infine è necessario stabilire verso chi le diverse istituzioni (governo, magistratura, parlamento) siano responsabili.

Il Trattato di Lisbona, invece, è:un testo di più di 300 pagine scritto con un linguaggio tecnico e in modo prolisso. Esso si basa sull’idea che la conduzione generale degli affari pubblici sia un affare per tecnici appositamente preparati. Crea su un intricato sistema di governo in cui il parlamento europeo non ha un potere di iniziativa in materia legislativa degno di questo nome, conferma il presidente della Commissione ma non ha il potere di sceglierlo. A sua volta il presidente della Commissione ha potere di iniziativa, ma non può scogliere il parlamento. Infine, il potere esecutivo è diviso in modo complicato tra Consiglio europeo e Commissione. Non c’è un sistema di contropoteri, ma piuttosto una commistione di legislativo ed esecutivo in cui manca completamente il principio della responsabilità verso il popolo. Gli unici ad avere una chiara responsabilità sono i giudici della Corte di Giustizia delle Comunità europee che sono scelti di comune accordo dai governi degli stati membri, alla faccia dell’indipendenza della magistratura.

Nel Trattato di Lisbona manca completamente il popolo sovrano e quindi non viene riconosciuto alcun ruolo alle nazioni che sono i luoghi politici in cui esso si esprime. Infine, abbiamo un trattato che è lungo per 300 pagine anche perché non è neutro, ma contiene una lunghissima serie di prescrizioni di politica economica, di politica monetaria, di politica industriale, sui servizi pubblici, ecc. Vi si trova così la libera concorrenza, il neoliberismo economico, il patto di stabilità, la liberalizzazione dei servizi pubblici, ecc. Insomma le politiche seguire dall’Unione Europea negli ultimi 20 anni e di cui conosciamo i catastrofici effetti sociali ed economici. Politiche che vengono letteralmente incise nel marmo, perché sono inserite in un trattato internazionale che è modificabile solo all’unanimità.

Il solo elemento positivo del Trattato di Lisbona è la possibilità di recesso che viene accordata ad ogni stato e che quindi delinea una via di uscita giuridica dormiente per il momento (nessuno per ora pensa di servirsene), ma potenzialmente utile per il futuro. In fin dei conti la disgregazione dell’Unione Sovietica è stata pacifica anche perché la sua costituzione prevedeva la possibilità di secessione per le singole repubbliche. Una possibilità che è rimasta dormiente per decenni e poi improvvisamente è stata colta.

domenica, 20 luglio 2008

Perché bisogna opporsi all'Unione Europea (V)

Cosa non funziona nel sistema di Maastricht.

 

Le istituzioni delineate dal Trattato di Maastricht creano di fatto un governo federale dell’Unione, che ormai è già pienamente operativo da 10 anni. Lo creano in negativo e in positivo. In negativo perché c’è la rinuncia da parte dei singoli stati dei quattro principali strumenti di governo, ovvero la politica fiscale, la politica monetaria, la politica di cambio e la politica industriale. In positivo, il Trattato di Maastricht istituisce dei “ministeri” che amministrano il mercato comune con ben precisi obiettivi e strumenti adeguati.

I “ministeri” sono tre: quello dell’economia, quello della politica industriale e quello del bilancio.

Il “ministero dell’economia” è costituito dalla Banca Centrale Europea che attraverso il controllo dei tassi d’interesse ha il potere di determinare il tasso di attività dell’economia, regolando la crescita per controllare il tasso d’inflazione. Se consideriamo il periodo che va dal 1° gennaio 1999, ad oggi, non si può fare a meno di riconoscere che la Banca Centrale Europea ha pienamente conseguito i suoi obiettivi. Il tasso d’interesse medio dell’eurozona si è mantenuto alla fatidica soglia del 2%.

Il “ministero della politica industriale” è costituito congiuntamente dai commissari europei alla concorrenza e al commercio estero i quali hanno agito in modo tale da rendere impossibile qualsiasi politica industriale nell’Unione. Obiettivo pienamente raggiunto. Oggi noi viviamo non nel mercato comune europeo, ma nel mercato mondiale. I dazi doganali alle frontiere, ponderati per l’importanza che ciascun bene ha nella bilancia commerciale, sono dell’1,4%. Abbiamo la piena mobilità dei capitali sia interna che esterna e una politica della concorrenza costruita sul principio della virtuosità del libero mercato.

Il “ministero del bilancio” è il patto di stabilità, di cui si fa garante la Commissione europea, e che impone a tutti i governi il pareggio tendenziale del bilancio, deficit inferiore al 3% e rapporto debito/Pil inferiore al 60% o comunque in rientro. E anche su questo punto non si può fare a meno di constatare il pieno successo del governo europeo. Il debito pubblico dell’eurozona in rapporto al Pil è passato dal 71,5% del 1999 al 66,6% del 2007 mostrando un’evidente tendenza alla diminuzione. Ma ancora più importante, il deficit complessivo è diminuito attestandosi al valore medio di solo lo 0,6% nel 2007 garantendo la solidità della politica di risanamento.

Il successo del governo europeo creato con il Trattato di Maastricht è innegabile, sono stati fissati degli obiettivi e creati gli strumenti adatti per conseguirli.

I risultati, invece, sono stati decisamente negativi sul fronte della crescita economica, dell’aumento del benessere sociale e del reddito personale. La crescita dell’Unione Europea è stata negli ultimi anni, diciamo dal 1999, una delle più basse del mondo e nell’ambito stesso dell’unione, i paesi che hanno adottato l’euro hanno avuti risultati mediamente peggiori di quelli che non lo hanno fatto. Il patto di stabilità ha spinto i governi a tagliare investimenti e stato sociale con evidenti effetti negativi sul benessere collettivo, mentre la pessima crescita spiega l’insoddisfacente andamento del potere di acquisto.

Questo insuccesso è una conseguenza del Trattato di Maastricht (e successivi), che certo proclamavano obiettivi dell’Unione Europea la crescita, il benessere sociale e il reddito individuale, allo stesso modo della stabilità dei prezzi, della concorrenza e dell’equilibrio dei conti pubblici. Però, allo stesso tempo crea gli strumenti per il conseguimento di questi ultimi e non dei primi.

Se andiamo a vedere più in profondità, il sistema di Maastricht ha contribuito a creare divergenze tra le economie dei paesi membri. Tra paesi che hanno adottato l’euro e quelli non lo hanno fatto creando un differenziale di crescita a vantaggio dei secondi. Anche all’interno dei paesi dell’eurozona le economie hanno preso strade divergenti.

Con l’introduzione della moneta unica i paesi europei si è creata un’area monetaria che non ha le caratteristiche per funzionare in modo ottimale. Per capire il senso di questa affermazione è necessario fare riferimento alle teorie dell’economista svedese Robert Mundell. Secondo questo studioso un’area monetaria è ottimale e sostenibile a lungo termine se possiede le seguente proprietà:

1) una flessibilità dei salari e dei prezzi che aggiusti gli squilibri al posto delle variazioni dei tassi di cambi;

2) una mobilità completa di manodopera e capitali;

3) una forte integrazione commerciale e specializzazione strutturale;

4) una politica budgetaria pubblica che compensi gli squilibri territoriali.

A ormai quasi 10 anni dalla nascita dell’euro, non si può fare a meno di constatare come nessuna di queste condizioni sia presente nelle economia dei paesi che hanno adottato la moneta unica. In particolare:

1) salari e prezzi variano con modalità differenti in ogni paese. Abbiamo così l’Italia con elevata inflazione e la Germania che fa l’esatto opposto;

2) non si ha una piena mobilità della forza lavoro per via delle barriere linguistiche e dell’attaccamento di lavoratori alla loro terra di origine;

3) C’è una forte integrazione commerciale, ma le strutture produttive dei vari paesi restano molto disomogenee e non convergono;

4) i fondi strutturali europei sono assolutamente insufficienti per agire come fattore di compensazione degli equilibri territoriali.

Non costituendo un’area economia ottimale, l’eurozona tende ad amplificare gli squilibri economici che si creano tra i diversi paesi. Prima dell’unione monetaria, questi problemi venivano risolti con aggiustamenti dei cambi, ora questo non è più possibile e la piena mobilità dei capitali non fa che aumentare le divergenze. Dal primo gennaio 1999, quando la BCE è entrata in funzione, si è assistita ad una progressiva polarizzazione delle differenti economie. A un polo si trova la Germania che, grazie alla buona dinamica della sua produttività e alla minore inflazione, continua ad incrementare la sua competitività relativa e l’attivo della sua bilancia commerciale. Al polo opposto tutti gli altri paesi che, vuoi per la maggiore inflazione (come la Spagna) o per la pessima dinamica della produttività (come l’Italia), perdono terreno e hanno la bilancia commerciale sempre più in deficit. Dato che il Trattato di Maastricht si basa sulla filosofia che il grande mercato sia capace di autoregolarsi in modo virtuoso, non esiste nessuna istituzione europea con il compito e i poteri per governare queste contraddizioni.

In effetti con la moneta unica esse non sono visibili, ma non per questo meno importanti. La Spagna ha un deficit della bilancia commerciale stabile al 10% del Pil da ormai vari anni. Prima dell’euro ci sarebbe stato in breve tempo una svalutazione del pesos, operazione non priva di costi sociali, ma indispensabile. Ora non è più possibile agire sul tasso di cambio (che non esiste) e allora privati ed imprese coprono il deficit indebitandosi e il sistema va avanti finché resta una capacità di indebitamento. Quando questo non è più possibile, avviene un aggiustamento attraverso la riduzione del tenore di vita e il fallimento delle imprese e con un costo più elevato di quanto avrebbe provocato una svalutazione del pesos.

A questo punto verrebbe da chiedersi com’è stato possibile che un sistema così si sia installato e abbia raccolto il consenso delle classi dirigenti. Tralasciando il problema ideologico dell’europeismo e del neoliberismo, il sistema di Maastricht è riuscito a costruire una convergenza di interessi diversi e potenti in ogni paese. Schematizzando al massimo si può dire che i favoriti dalla costruzione europea sono:

1) le grandi imprese multinazionali che delocalizzano fuori dalla zona dell'euro e vendono nei ricchi mercati europei;

2) coloro i quali di investimenti finanziari che sono avvantaggiati dalla bassa inflazione e dagli alti tassi di interesse;

3) i settori non esposti alla concorrenza internazionale, che sfruttano le liberalizzazioni per aumentare il loro potere di mercato;

4) i consumatori solo nel caso che non siano anche lavoratori, o pensionati, o disoccupati, ecc;

5) la Germania.

E’ importante sottolineare il ruolo della Germania che per dimensioni, forza economica e popolazione costituisce, per così dire, l’azionista di maggioranza dell’Unione Europea. Questo paese, dalla riunificazione ad oggi, ha subito delle profondissime trasformazioni. E’ riuscito ad integrare la Repubblica Democratica Tedesca sopportandone i contraccolpi sulla finanza pubblica. Ha delocalizzato massicciamente la sua produzione industriale ad alta intensità di manodopera nei paesi dell’Europa dell’Est ricreandosi una zona di influenza economica paragonabile alla Mitteleuropea dell’800. Ha riconfermato il suo ruolo di primo esportatore mondiale in settori strategici come i beni durevoli, la chimica fine e, soprattutto, la produzione di macchinario industriale. Infine, la Germania ha imposto il suo sistema di politica economica a tutto il continente utilizzando paesi della sua area di influenza per neutralizzare la fronda di quelli che avevano idee differenti, Francia in testa. Non è stata un’operazione senza costi, basti pensare alla situazione dell’ex-DDR, alla perdita di posti di lavoro causati dalle delocalizzazioni e alla moderazione salariale, ma è sostanzialmente riuscita.

Anche se la cosa di solito non si dice, il nostro continente si trova ancora una volta a fare i conti con un problema tedesco che il sistema di Maastricht ha contribuito ad ingigantire.

mercoledì, 16 luglio 2008

Perché bisogna opporsi all'Unione Europea (IV)

La Banca Centrale Europea

 

La Banca Centrale Europea è l’istituzione più originale dell’Unione e, nonostante il nome, non è paragonabile per funzioni ed indipendenza a nessun altro istituto centrale al mondo.

La sua particolare struttura nasce come risposta alle profonde trasformazioni dei rapporti di forza economici e geopolitici europei degli anni immediatamente precedenti al Trattato di Maastricht.

La costruzione del mercato comune dei beni e dei capitali scatenò nel periodo 1988-1992 una feroce guerra tra i grandi gruppi economici europei, in cui non sorprendentemente quelli dei paesi più forti (Germania, e in parte Francia) prevalsero su quelli più deboli (Italia in testa). Contemporaneamente, i due eventi geopolitici collegati della dissoluzione del blocco sovietico e della riunificazione della Germania modificavano tutti gli equilibri su cui l’Europa era vissuta per più di quarant’anni.

Il Trattato di Maastricht come soluzione di compromesso: la riunificazione tedesca in cambio della rinuncia da parte della Germania di fare della Bundesbank e del marco forte i centri economici del Continente.

Solo che per motivi ideologici e per la loro forza intrinseca, i tedeschi riuscirono ad ottenere che venissero inserite nei trattati europei le politiche monetarie (priorità alla stabilità dei prezzi) e fiscali (i famosi parametri di Maastricht) che avevano permesso alla Germania di diventare il primo paese esportatore mondiale.

La riunificazione tedesca non venne scambiata con la rinuncia della Germania ad essere il centro economico dell’Europa, ma con l’estensione del suo modello monetario e fiscale a tutto il continente.

Per rendere possibile questo compromesso gli stati aderenti all’eurozona rinunciarono alla sovranità monetaria (unico caso nella storia umana) e la demandarono a un istituto appositamente creato, la Banca Centrale Europea appunto.

Per apprezzare in pieno l’originalità dell’istituto centrale europeo è utile fare un paragone con la Fed. La Federal Reserve venne creata nel 1913 da una legge ordinaria del Congresso americano ed ha il fine di adottare le politiche monetarie più opportune per ottenere il pieno impiego, la stabilità dei prezzi e moderati tassi d’interesse di lungo periodo. Dalla sua fondazione ad oggi, la Fed ha operato essenzialmente per impedire che i turbamenti del sistema finanziario si estendessero fino all’economia reale. In altre parole, nei momenti di crisi la Fed immette liquidità nel sistema finanziario per sostenerlo e impedire che crolli trascinando anche il settore reale, attuando quella che si può definire una politica inflativa.

Al contrario, la Banca Centrale Europea, per l’art. 105 del Trattato di Maastricht, opera con il solo fine della stabilità dei prezzi, definito come inflazione compresa tra 0 e 2%. L’obiettivo del controllo dell’inflazione è giustificato teoricamente sulla base delle teorie del premio Nobel americano Milton Friedman, secondo cui la variazione della quantità di moneta presente in un sistema economico non ha effetti sull’economia reale, ma fa solo aumentare l’inflazione. Da un punto di vista più pratico, invece, si ha una politica economica fatta per un paese come la Germania che ha un attivo della bilancia dei commerciale strutturale che tende a far rivalutare il tasso di cambio. Per mantenere la competitività è necessario neutralizzare le rivalutazione con una politica restrittiva che blocchi l’inflazione interna e impedisca che nei momenti di espansione ci siano aumenti generalizzati dei salari.

Con il Trattato di Maastricht abbiamo così creato un’area economica-monetaria costruita attorno a una Banca Centrale che fa politiche sistematicamente restrittive e un paese, la Germania, che ha un attivo strutturale della bilancia commerciale. La caratteristica fondamentale di questo sistema è di non poter essere autosufficiente dal punto di vista monetario, in quanto non crea abbastanza liquidità, anzi ne assorbe in grandi quantità. La moneta che la BCE non crea deve venire dall’estero e viene assorbita grazie all’attivo commerciale tedesco ed all’intermediazione dei mercati finanziari. La fonte ultima della liquidità europea è costituita principalmente dagli Stati Uniti e, in misura minore, dal Giappone.

Si tratta di un fatto economico che ha importanti conseguenze, perché la storia economica degli ultimi due secoli mostra come solo i paesi capaci di creare strutturalmente liquidità anche per gli altri possono rivestire il ruolo di centri economici del mondo. Questo fu il caso della Gran Bretagna nel corso dell‘800 e degli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ancora oggi, il sistema americano si pone al vertice economico mondiale proprio perché la Fed crea sistematicamente liquidità che il disavanzo commerciale americano fa defluire verso il resto del mondo.

Con il Trattato di Maastricht, i paesi dell’eurozona hanno messo una pietra tombale sulla possibilità che il capitalismo europeo costituisca un polo finanziario autosufficiente e, quindi, un potenziale concorrente della supremazia economica degli Stati Uniti. Non a caso, le speranze europeiste di vedere un giorno l’euro sostituire il dollaro non hanno assolutamente suscitato allarmi sull’altro lato dell’Atlantico.

L’ultimo elemento caratterizzante la BCE è l’indipendenza. L’articolo 108 del Trattato di Maastricht stabilisce testualmente che:

Nell'esercizio dei poteri e nell'assolvimento dei compiti e dei doveri loro attribuiti dal presente trattato e dallo statuto del SEBC, né la BCE né una banca centrale nazionale né un membro dei rispettivi organi decisionali possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni o dagli organi comunitari, dai governi degli Stati membri né da qualsiasi altro organismo. Le istituzioni e gli organi comunitari nonché i governi degli Stati membri si impegnano a rispettare questo principio e a non cercare di influenzare i membri degli organi decisionali della BCE o delle banche centrali nazionali nell'assolvimento dei loro compiti.

Con l’articolo 108 per la prima volta nella storia umana, degli stati sovrani rinunciano integralmente alla sovranità monetaria per demandarla per sempre a un organismo tecnico-burocratico. Le altre banche centrali non sono indipendenti, ma bensì autonome (in diversi gradi) ovvero agiscono sulla base di una precisa delega avuta dal potere politico che è in qualsiasi momento modificabile. La Fed è stata istituita da una legge ordinaria del Congresso americano che la può cambiare in qualsiasi momento. Non solo, ma il governatore è tenuto tutti gli anni a rendere conto della sua attività presentando un rapporto che viene sottoposto al voto dei delegati. Teoricamente anche il governatore della BCE deve rendere conto al parlamento europeo con cadenza annuale, ma con la differenza che hai sensi dell’articolo 108 questo non può che approvare l’operato della banca, perché altrimenti attuerebbe una pressione per influenzarla. E l’attuale assetto della BCE è fissato in un trattato internazionale che non prevede possibilità di recesso ed è modificabile solo all’unanimità dei paesi membri.

sabato, 12 luglio 2008

Perché bisogna opporsi all'Unione Europea (III)

Le principali istituzioni europee al di là della retorica

 

Le principali istituzioni europee sono: la Commissione Europea, il Consiglio Europeo, il Parlamento Europeo, la Corte di Giustizia delle Comunità Europee e la Banca Centrale Europea, che per i suoi caratteri particolari sarà trattata nel prossimo paragrafo.

La Commissione Europea è l’istituzione più conosciuta ed è composta da un Presidente affiancato da 26 commissari. La procedura di nomina è abbastanza complessa e ha subito numerosi rimaneggiamenti nel corso degli anni. Secondo la normativa attuale, il Presidente è scelto dal Consiglio europeo a maggioranza qualificata e poi confermato dal Parlamento europeo. Invece i commissari sono scelti dai singoli stati, in accordo con il Presidente, e poi confermati dal Parlamento. La Commissione ha il compito di applicare i Trattati europei e di sorvegliare sul loro rispetto per esempio aprendo procedure di infrazione del Patto di stabilità. Anche se dotata di un bilancio limitato, la Commissione ha un potere immenso perché detiene il diritto di iniziativa in campo legislativo. Attualmente circa l’80% della legislatura prodotta nei singoli stati dell’Unione trova la sua origine a Bruxelles, quindi non in un parlamento eletto democraticamente, ma bensì in un organismo tecnico-burocratico. Le direttive ed i regolamenti influenzano la maggior parte della vita giuridica europea e tramite questa l’economia del nostro continente. L’effetto più vistoso di questo immenso potere è la concentrazione di gruppi di pressione a Bruxelles, dove si contano migliaia di rappresentanze di organizzazioni di categoria, gruppi industriali, amministrazione pubblica, ecc. Secondo le stesse stime della Commissione europea, l’indotto del settore gruppi di pressione genererebbe circa 55 mila posti (si pensi che i dipendenti della commissione sono 30 mila). L’attività di lobbing non è vista assolutamente in modo negativo dalle autorità europee, che anzi si muovono nel senso della sua ufficializzazione con l’apertura di un “Registro dei rappresentanti d’interesse” e la stesura di regole di condotta. Il “Libro verde – Iniziativa europea della trasparenza” presentato dalla Commissione europea nel 2006 sostiene che il lobbismo “rappresenta un componente legittima dei sistemi democratici” e “può “contribuire a richiamare l’attenzione delle istituzioni europee su alcuni problemi importanti”.

Il Consiglio dell’Unione Europea (più brevemente Consiglio europeo) è un organo composto da ministri dei paesi membri. Esso è presieduto a turno per sei mesi da uno dei paesi e ha composizione variabile. Il Consiglio europeo riunisce i ministri competenti rispetto all’argomento all’ordine del giorno più il commissario europeo corrispettivo. In altre parole quando si parla di politica estera vengono convocati i ministri degli esteri, quando bisogna prendere provvedimenti economici i ministri del tesoro, ecc. Di fatto costituisce l’organo che rappresenta i governi dei paesi membri in seno alle istituzioni europee. Il Consiglio divide il potere legislativo con il Parlamento europeo, coordina le politiche economiche degli stati membri, definisce la politica estera e di sicurezza comune, conclude gli accordi internazionali a nome dell’Unione e promuove la competenza di polizia e giudiziaria. Teoricamente il Consiglio dovrebbe essere l’organismo più importante, ma in realtà esso è fortemente influenzato dalla Commissione europea. Infatti è questa che grazie al suo potere di iniziativa in campo legislativo stabilisce l’ordine del giorno. Inoltre i ministri cambiano continuamente, si devono concentrare su questioni relative ai loro paesi, mentre i commissari basano la loro influenza sul fatto di essere presenti continuativamente e lavorare specificatamente su tematiche di competenza del Consiglio.

Il Parlamento europeo è la sola istituzione eletta dal popolo e, anche, quella dotata di minori poteri. Esso è composto da 785 eurodeputati eletti ogni 5 anni su base nazionale a partire dal 1979. Il Parlamento europeo non ha potere di iniziativa legislativa (che è monopolio della Commissione europea) e ridotti poteri di influenza delle norme europee. Detiene il potere di codecisione assieme al Consilio europeo su un certo numero di domini espressamente previsti dai trattai europei. A questo potere sfuggono i provvedimenti relativi a questioni ritenute sensibili (fiscalità, politica industriale, politica agricola), su cui il parlamento può solo esprimere un parere non vincolante. Il minor ruolo di questa istituzione è anche confermato dalla presenza nettamente inferiore di gruppi di pressione a Strasburgo rispetto a Bruxelles. Il solo dominio in cui l’istituzione dispone di un potere di codecisione rilevante è il bilancio europeo che deve venir approvato congiuntamente al Consiglio. Nonostante il nome e il trattamento economico il Parlamento europeo ha ben poco in comune con un parlamento. Infatti non ha potere di iniziativa legislativa, non ha alcuna influenza sul Consiglio e partecipa con un ruolo molto secondario alla scelta del Presidente della Commissione europea.

La Corte di Giustizia delle Comunità Europee è la meno nota tra le istituzioni europee, ma non per questo meno ha minor influenza. Essa è composta da un giudice per ognuno dei paesi membri con il compito di vigilare sull’osservanza del diritto europeo e dell’applicazione dei trattati europei. Più in particolare essa può verificare se un paese membro ha correttamente recepito una norma europea (ricorso per inadempimento), se un norma nazionale è in contrasto con una europea (ricorso per annullamento) e anche imporre il risarcimento di danni causati dalle istituzioni comunitarie.

La Corte di Giustizia delle Comunità Europee si pone quindi al di sopra sia dei parlamenti che dei governi nazionali. Soprattutto negli ultimi anni essa ha operato come “legislatore occulto” dell’Unione Europea imponendo l’armonizzazione dei sistemi giuridici e agendo da deterrente sulla libertà legislativa degli stati membri.

lunedì, 07 luglio 2008

Perché bisogna opporsi all'Unione Europea (II)

Dal libro bianco al Trattato di Lisbona: venti anni a senso unico


Il processo di costruzione europeo costituisce una vicenda estremamente complessa ed oggetto di molteplici interpretazioni storiografiche.

In questa sede non si ha la pretese di farne una storia, neanche a grandi linee, ma soltanto di elencare le scelte determinanti per la nascita degli equilibri attuali.

Il punto di partenza della nostra analisi è il “Libro Bianco per il completamento del mercato interno” presentato dall’allora presidente della Commissione europea, il socialista Jacques Delors, nel 1985 e immediatamente approvato.

Con il Libro gli stati membri si impegnavano a creare entro il 1992 un mercato unico europeo in cui:

1) ci fosse la piena e libera circolazione delle persone e, soprattutto, dei capitali;

2) venissero eliminati i vincoli costituiti dalle legislazioni nazionali alla libera circolazione di beni e servizi;

3) si procedesse ad un’armonizzazione dei sistemi fiscali e delle legislazioni nazionali.

Al fine di rendere possibile l’attuazione del progetto del Libro Bianco, i paesi membri si impegnarono, con l’Atto Unico Europeo del 1986, a dotare la Commissione europea dei poteri necessari alla creazione del mercato unico europeo e di abolire la regola dell’unanimità per le decisioni rilevanti a questo fine.

Il Libro Bianco e l’Atto Unico delineano già alcuni dei caratteri fondanti dell’Unione Europea.

Innanzitutto, la rinuncia dei paesi membri ad attuare politiche economiche nazionali, che sono fortemente limitate dalla libera circolazione dei beni e, soprattutto, dei capitali. Poi la trasformazione della Commissione europea da organo esecutivo delle decisioni prese dai paesi membri in organo tecnico di amministrazione del mercato comune. L’abolizione della regola dell’unanimità in numerosi campi cambia il carattere stesso di quella che allora si chiamava Comunità Europea da organismo confederale, in cui si decide all’unanimità, ad organismo federale, in cui la maggioranza vincola tutti.

In qualche modo si assiste a una vittoria postuma di Jean Monnet su Charles De Gaulle. Mentre negli anni ’60, il Generale aveva imposto il principio che la Comunità Europea dovesse essere una confederazione di stati sovrani in cui politici eletti dal popolo prendevano decisioni su questioni di comune interesse all’unanimità. Ora si comincia ad imporre il principio secondo cui la Comunità Europea è un organismo federale in cui commissioni di tecnici sono incaricate della definizione del bene comune e della gestione amministrativa del mercato.

Si assiste in questo modo ad una prima ridefinizione dei rapporti di forza tra politica ed economia, a tutto svantaggio della prima. Per onestà bisogna dire anche con l’approvazione della politica, perché i governi dei paesi membri, all’epoca Giulio Andreotti per l’Italia, si espressero unanimemente a favore della creazione del mercato unico europeo.

Nonostante tutto l’impegno, entro il 1992 venne realizzata solo una parte del programma previsto e cioè la libera circolazione dei capitali, l’abolizione totale dei controlli sulle merci alle frontiere e la fine dei controlli sistematici delle persone ai confini. Invece, la parti del Libro Bianco relative all’armonizzazione dei sistemi legislativi e fiscali e alle liberalizzazioni dei servizi pubblico rimasero sostanzialmente irrealizzate sia per le lentezze di adozione da parte dei paesi membri che per le resistenze incontrate.

Per uscire dall’impasse e rispondere alla nuova situazione geopolitica creata dal crollo dell’Urss e la riunificazione della Germania, il presidente Delors propose di fare un salto di qualità. Con il decisivo appoggio di Mitterand e di Kohl, venne steso un trattato internazionale che doveva rafforzare la cooperazione tra i paesi membri, dotare il mercato unico di istituzioni adeguate e di una moneta comune unica, l’euro.

Nasce così il trattato di Maastricht del 1992 che istituisce un nuovo ente, l’Unione Europea e si basa su tre pilastri:

1) l’unione economica e monetaria;

2) la politica estera e di difesa comune;

3) la politica sugli affari interni e la giustizia.

L’unione economica e monetaria stabilisce i criteri di convergenza della finanza pubblica (i famosi parametri di Maastricht) e la creazione della Banca Centrale Europea istituto incaricato di emettere la nuova moneta, l’euro.

La politica estera e di difesa si incarica di promuovere la collaborazione dei paesi membri nell’ambito della politica di difesa e di sicurezza comune, istituisce la figura dell’Alto rappresentante per la Politica estera.

La politica sugli affari interni istituisce cooperazioni rinforzate in materia di polizia (viene creata l’Europol) e attribuisce alla Corte di giustizia delle Comunità Europee il compito di controllare il rispetto, da parte dei paesi membri, della legislazione comunitaria e di pronunciarsi su eventuali ricorsi.

I tre pilastri del Trattato di Maastricht, assieme al ruolo rinforzato della Commissione Europea definiscono gli equilibri istituzionali del sistema in cui viviamo ancora oggi. I successivi Trattato di Amsterdam, del 1999, e Trattato di Nizza, del 2001, non introducono trasformazioni qualitative, ma solo quantitative.

giovedì, 03 luglio 2008

Perché bisogna opporsi all'Unione Europea (I)

Introduzione.

 

Il 12 giugno 2008, il popolo irlandese ha sonoramente bocciato il Trattato di Lisbona, suscitando le ire di capi di stato e la quasi unanime condanna dei media europei. Questo rifiuto si va ad aggiungere a quello dei popoli francese ed olandese del 2005 nei confronti della cosiddetta Costituzione Europea. Anzi, più che aggiungersi si somma perché, in effetti, si tratta della bocciatura di due trattati internazionali identici parola per parola in più del 98% degli articoli.

Se fossero stati organizzati referendum popolari anche in altri paesi europei, è ragionevole ritenere che il No avrebbe vinto in molti stati, mentre nei restanti sarebbe comunque emerso con un forte seguito popolare. La cosa è tanto più singolare se si pensa come negli ultimi 30-40 anni le forze politiche antieuropeiste sono scomparse o ridotte a partiti marginali.

In Irlanda, il solo partito parlamentare contrario al Trattato di Lisbona era il Sinn Féin, un partito che alle elezioni nazionali del 2007 aveva ottenuto il 2,4% dei suffragi e 4 rappresentanti su 166. Le forze politiche che sostenevano il No alla Costituzione europea nel 2005 erano tutte extraparlamentari o estremamente marginali.

Il malcontento popolare nei confronti della costruzione europea è un fenomeno decisamente in aumento negli ultimi 20 anni. Nel periodo 1998-2008, i no hanno prevalso in 5 referendum su 8 (Irlanda 2001, Svezia 2003, Francia e Olanda 2005, Irlanda 2008), mentre nel decennio precedente questo si era verificato una sola volta (Norvegia 1995) in un numero molto più ampio di consultazioni.

Com’è possibile spiegare la persistenza e, addirittura la crescita, di forti sentimenti antieuropeisti in un continente dove governi, forze politiche, mezzi di comunicazione di massa e intellettuali sono fortemente schierati su posizioni contrarie?

Per rispondere a questo interrogativo bisogna dimenticare le giustificazioni in voga nei media, che sono piuttosto delle non-spiegazioni consolatorie. Si dice che il No irlandese è motivato dalle campagne populiste degli antieuropeisti (per altro quasi assenti sui grandi media), dalla difficile situazione economica in cui si trova l’isola in questo momento, della paura nei confronti di un testo che non si è capisce bene e, addirittura, si parla di ingratitudine nei confronti dell’Unione Europea.

Tutte queste spiegazioni eludo il problema fondamentale, ovvero della presenza nella società civile di un forte e radicato rifiuto delle istituzioni europee esistenti e delle politiche da esse portate avanti. Eludendo non si è costretti a spiegare, ma non si capisce. E’ venuto il momento di capire che cosa i popoli europei rifiutano con sempre più insistenza.

martedì, 01 luglio 2008

Perché bisogna opporsi all'Unione Europea

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La bocciatura irlandese del Trattato di Lisbona ha riacceso il dibattito sulla costruzione europea e suscitato reazioni contrastanti. Sui grandi media si sentono praticamente solo le ragioni del Sì, mentre le ragioni degli altri vengono sostanzialmente liquidate senza discussione.
Il Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, si è lanciato in una vera e propria campagna europeista che lo ha portato ad assumere posizioni difficilmente compatibili con il suo ruolo di garante dell'unione della Nazione. Per rispetto verso l'istituto della Presidenza della Repubblica bisognerebbe ricordargli che l'europeismo non è uno dei valori della Costituzione italiana e che il Capo dello stato non dovrebbe rappresentare anche quelli che la costruzione europea non la vogliono.

In attesa della ratifica unanime o quasi del Trattato di Lisbona da parte del Parlamento italiano, pubblicherò sul blog alcune considerazioni personali sull'Unione europea, la sua storia, i suoi difetti e le possibili soluzioni.
Per ragioni di spazio il tutto sarà suddiviso nei seguenti capitoli:

Introduzione
Dal libro bianco a Lisbona: venti anni a senso unico
Le principali istituzioni europee al di là della retorica
La Banca Centrale Europea
Cosa non funziona nel sistema di Maastricht
Perché la Costituzione europea e il Trattato di Lisbona sono da rigettare
Nel 2005 e nel 2008 ci è andata bene, ora che facciamo?
Conclusioni: l'Europa siamo noi


I pezzi saranno pubblicati ogni 5-6 giorni in modo da terminare per la fine di luglio circa nel periodo in cui la Camera dovrebbe ratificare il Trattato di Lisbona.

Buona lettura

venerdì, 27 giugno 2008

Che facciamo con il debito pubblico?

Sto leggendo in questi giorni il "Dpef per gli anni 2009-2013" appena presentato dal ministro Tremonti. Si tratta di un documento molto importante, perché, anche se non è vincolante, indica a grandi linee le priorità del governo e le politiche con cui si propone di conseguire i suoi obiettivi.

Il ministro Tremonti non punta né alla crescita economica, né alla riduzione della pressione fiscale (le promesse elettorali sono per l'appunto promesse) e neanche all’aumento del potere d’acquisto, ma bensì la riduzione del debito pubblico.

Nulla di sorprendente, questo è stato l’obiettivo principale di tutti i governi da ormai un quindicennio.

Il ministro Tremonti si propone di aumentare l’avanzo primario (differenza tra entrate ed uscite dello stato prima del pagamento degli interessi sul debito) dal 2,5% attuale fino al 5% nel 2013 in modo da ridurre il rapporto debito pubblico Pil dal 103,9% fino al 90,1% in 5 anni.

Si tratta di uno sforzo enorme che verrà imposto a un paese in gravi difficoltà economiche. Lo stesso Dpef prevede che, nel periodo 2008-2013, l’Italia crescerà mediamente dell’1%, mentre i paesi dell’eurozona più del doppio e il mondo il 4%-4,5%. Si può obiettare che le previsioni economiche a 5 anni non sono molto inaffidabili, ma la sostanza non cambia: nei prossimi anni l’Italia sarà ancora l’economia in stagnazione che è dal 2001 e continuerà il suo rovinoso declino economico.

Quale sarà l’effetto del “risanamento”? Ridurre ulteriormente la crescita, anche se in un modo diverso rispetto ai governi di centrosinistra. Il governo Prodi aveva puntato ad aumentare l’avanzo primario bloccando le spese ed incrementando la pressione fiscale, sottraendo risorse per consumi ed investimenti. Il governo Berlusconi, invece, punta a mantenere invariata la pressione fiscale, ma a diminuire le spese tagliando occupazione pubblica e consumi pubblici. Gli effetti sull’economia sono comunque gli stessi, si riduce la crescita innescando un circolo vizioso. Se l’economia non cresce allora il rapporto debito/Pil non cala e i governi sono spinti ad aumentare l’avanzo primario riducendo ulteriormente la crescita.

Ritengo che sia venuto il momento di rimettere in discussione l’intera politica di risanamento seguita dal 1994. Com’è noto, in quegli anni l’Italia rischiò di fare una bancarotta simile a quella argentina del 1999. Non essendo più sostenibile un debito espresso in lire, i governi furono letteralmente costretti dalla pressione dei mercati finanziari a entrare nell’euro. In questo modo si ottenne una considerevole riduzione della spesa per interessi a cui si aggiunsero i flussi di cassa delle privatizzazioni e delle dismissioni immobiliari.

I governi dell’epoca  fecero però due scelte gravide di conseguenze: usarono i capitali disponibili solo per ridurre il debito e permisero l’emigrazione all’estero di metà del debito pubblico.

Non avendo utilizzato i fondi disponibili per una politica di investimenti, nel miglioramento dei servizi pubblici, in ricerca e sviluppo, in infrastrutture (quelle utili, però) non si fece nulla per aiutare la crescita del paese e invertire la tendenza al declino. I risultati sono noti: dal 2001 ad oggi l’Italia ha sperimentato congiuntamente la più lunga stagnazione della sua storia e il più piccolo rapporto investimenti pubblici/Pil della sua storia unitaria. Se non si investe non si cresce e se non si cresce bisogna tagliare lo stato sociale riducendo il tenore di vita (e le speranze nel futuro) dei cittadini.

L’elemento più grave, anche se poco noto, è la trasformazione del debito pubblico da debito nazionale in debito estero. All’inizio degli anni ’90, più dell’85% dei titoli di stato era detenuto da famiglie italiane e tramite il pagamento degli interessi si aveva un meccanismo virtuoso di restituzione delle tasse. Approfittando della riduzione dei tassi di interesse causato dall’entrata nell’euro, i governi di centrosinistra degli anni '90 spinsero gli italiani ad abbandonare i Bot per investire nei mercati finanziari (tangobond, bond parmalat e via dicendo). Di conseguenza il debito pubblico italiano oggi è detenuto in minima parte da famiglie e imprese (circa 15%), mentre è controllato da società finanziarie italiane (circa 35%) e straniere (circa 50%).

Questa operazione non ha portato alcun beneficio per il paese, ma anzi lo ha fortemente danneggiato. Oggi il debito pubblico è fortemente volatile. Esso è controllato dal sistema finanziario internazionale che può in qualsiasi momento vendere i titoli facendo fare bancarotta al governo. Un potere di ricatto immenso.

Conti alla mano, il Dpef prevede che nel prossimo quinquennio la spesa per interessi sarà di circa il 5%. Questo vuol dire che ogni anno il 2,5% del Pil italiano andrà all’estero ad aumentare la liquidità dei mercati finanziari mondiali, il 2% andrà ad arricchire le banche italiane e meno dello 0,5% sarà restituito alla famiglie e alla imprese che sopportano il peso del risanamento. E’ indispensabile smettere di pagare questo tributo e far rientrare il debito in Italia, in modo che gli sforzi di risanamento vadano a beneficio delle famiglie creando un reddito integrativo.

Per stabilizzare il debito e risanare la finanza pubblica propongo di:

1) non calcolare più le spese per investimenti nel patto di stabilità rendendo possibile una politica di rilancio della crescita;

2) convertire il debito emettendo titoli garantiti dallo stato a cedola reale fissa che costituiscano un investimento appetibile per le famiglie. Per esempio un titolo a reddito reale dell’1,5% che rende, per esempio, il 2,5% quando l’inflazione è dell’1% e il 4,5% quando l’inflazione è del 3%;

3) grandi campagne pubblicitarie per convincere le famiglie ad investire nei titoli di stato e ad avere fiducia nel rilancio del paese.

L’esatto opposto di quello che propone il governo che non solo non vuole ridiscutere il patto di stabilità, ma mira nei prossimi anni a “consolidare la presenza del debito italiano nei portafogli internazionali”.

Pensiamoci, un debito pubblico stabilizzato in un paese in recupero restituisce margini di libertà economica che l'Italia non ha più da molti anni.... per esempio rende tecnicamente possibile abbandonare l'euro e sottrarsi alla pesante tutela della Banca Centrale Europea.